Diego, Cesenatico ed io.

Non sono mai stata una sua fan sfegatata, anzi, un tempo non lo potevo neanche vedere. Però le potenzialità non vanno negate, come del resto neppure il vizio che l’ha sottomesso per anni e che ha segnato la sua sorte anticipando il ritiro. Oggi rimane comunque un grande, quasi quel che sempre è stato. Diego Maradona è odiato e amato da tutto il mondo; e chi non lo conosce è perché non è ancora nato. Questo penso succeda con una ventina di persone in tutto il mondo. Madonna, il Dalai Lama, il Papa, Bush, Madre Teresa, Michael Jackson e qualcun altro.

Dev’essere difficile essere l’erede di Maradona, lui almeno qualche anno di anonimato l’ha avuto. La quotidianità non c’è sul loro vocabolario, ciò non toglie che non vengano materialmente ripagati, eccome.

Se mi capita di incontrare una celebrità, non sono di quelle che le si avvicinano per chiederle un autografo o una foto. Naturalmente qualche volta l’ho fatto, ma quando si è sotto i 18 anni questo non conta. Sì guardo -di sbiecco- come veste, ad iniziare dalle scarpe.

Così come essere argentini non è sinonimo di ballare il tango, non lo è neanche di amare Maradona, neppure di conoscerlo. Difatti, io l’ho conosciuto in Italia e lui era dal suo amico Bagni a Cesenatico per fare il maestro temporaneo di calcetto per i bambini. Pochi giorni prima della sua partenza, ecco l’annuncio: 28 luglio 2005, allo stadio di Cesenatico, Maradona giocherà una partita amichevole. All’inizio ho subito pensato “è la mia opportunità”, poi “Cesenatico rimane a 40 km, dobbiamo fare le corse per arrivarci a quell’ora” e, alla fine, “sarà un pollaio, occasione persa”. Poi ci ho ripensato e naturalmente sono andata allo stadio. Siamo arrivati pochi minuti prima, abbiamo parcheggiato la macchina proprio davanti, come se quella sera giocasse la Sangiovanesse contro Foligno. All’ingresso abbiamo incontrato una trentina di persone, maggiormente ragazzi, con indosso la maglia del Napoli o quella della mia Nazionale. Sapessero che IO ero argentina. Vabbè, pure loro sarebbero potuti esserlo. Ma che me ne importa, era bello pensare che io avevo più diritto di loro a conoscere Maradona.

Cinque, dieci minuti, anche quindici. Tutti parlano italiano. Qualcuno ha un accento argentino che fa paura, peggio per lui. Io parlavo spagnolo, in queste occasioni un argentino DOC non può fare altrimenti.  Venti minuti. Tutti parlano, macchine fotografiche in mano. Io non sapevo ancora qual era il motivo che mi spingeva ad essere lì fuori. Non volevo comunicare. Io mi sentivo superiormente argentina e loro non meritavano che io gli rivolgessi la parola. Da quel posto si poteva intuire che lo stadio non era vuoto. E se poi non mi facessero entrare? Chi avrà il coraggio di vietare l’ingresso ad un’ARGENTINA? Entriamo, non si sa mai. Questi quattro gatti che aspettano chissà chi. Se Maradona gioca un amichevole in Argentina, altro che decine di migliaia di persone dentro e fuori. Noi eravamo in quaranta. Ma dove si è visto? Questo in Argentina non succede. All’improvviso si sente “eccolo, è lui” ed una Mercedes nera arriva a bassa velocità. Ho pensato “Mah, sarà Bagni”, e son rimasta a vedere gli altri trentotto avvicinarsi all’auto. Intravvedo un tattuaggio. Il Che Guevara. La macchina prova ad entrare nel primo cancello a due metri da noi. Sbaglia. Accelera molto lentamente per cercare un altro ingresso a qualche metro da lì. La ‘folla’ si ferma ed io, in un atteggiamento che non avrei mai pensato di avere e che ha lasciato di stucco il mio accompagnante, ho cominciato a correre di fianco alla macchina in un deferente silenzio. L’avevo visto. Diego querido. Ottomilacinquecentoquarantotto giorni dalla mia nascita.

to be continued.

Add comment 18 Mayo, 2008

Carezze sul capo

Incontrare un’italiana. Incontrare un’italiana che vive in Argentina da 25 anni. Incontrare un’italiana che vive in Argentina da 25 anni in una bolla di sapone per non contaminare la lingua con la fonetica forestiera. Incontrare un’italiana che vive in Argentina in una bolla di sapone e che se la tira perché scrive per il giornale italiano di Tarapio tapioca come se fosse Antani. Incontrare un’italiana che vive in Argentina, che se la tira ma che dopo qualche minuto di conversazione e appena mi ha sentito dire un’espressione tipicamente italiana detta appositamente per farle abbassare la cresta, mi dice “parli benissimo”… NON HA PREZZO.

Son soddisfazioni, soprattutto quando si è convinti di non esserne all’altezza.

 

Add comment 16 Mayo, 2008

È arrivata l’ora di scendere in campo

È nata una nuova Era Berlusconi… con quattro giri di cordone ombelicale attorno al collo.

 

Add comment 8 Mayo, 2008

Il calzolaio va in giro con le scarpe rotte

Nella mia classe mia madre era l’unica madre non dedicata esclusivamente alle faccende domestiche, e questa situazione mi ha provocato lungo gli anni di scuola elementare un profondo dispiacere nel vedere che le mie compagne avevano le mamme full time, sempre pronte all’ingresso della scuola all’ora di uscita e disponibili alle riunioni convocate dalla maestra. La mia, invece, riusciva a stento ad esservi quando l’appuntamento era di primo mattino. 

Per tutto ciò, dall’anno obbligatorio dell’asilo fino a quando ho ottenuto una certa e limitata indipendenza, dopo la scuola mi aspettavano i miei nonni a braccia aperte. Facevo un percorso di una durata esata di cinquanta minuti con lo scuolabus, un tragitto crudelmente infinito per una bambina di cinque anni e sua sorella di soli tre. La casa di mia nonna si trova a tre chilometri dalla mia, e in quel periodo naturalmente non ero in grado di capire né le distanze né quantomancasseperpappare. Ricordo alla perfezione che era un cartello quel che mi faceva capire che mancava poco per l’arrivo. Se chiudo gli occhi mi trovo ancora in quel sedile marrone, con in mano il quaderno giallo, eppure negli anni posteriori, con il grembiule bianco e lo zaino di La Sirenetta, la lambada di sottofondo o la dichiarazione d’amore di Rocco Granata per la sua Marina. E che palle che questo pulmino non arriva più. E poverina mia nonna, quanto vorrei riscendere ora da quel pulmino, ed abbracciarla forte e ringraziarla per l’infinita allegria con la quale ci aspettava davanti a casa sua, con la parananza sporca di sugo e le mani che sapevano di candeggina, e chiederle scusa per le entrate di corsa, e per aver capito poco questa sua dedizione disinteressata.

Io e mia sorella, le ultime in assoluto ad arrivare a destinazione. E siamo state le ultime per tutta la durata della scuola elementare, pur avendo avuto casa nostra a distanza di dieci metri, con solo una casa di mezzo. Questo, l’inferno postscuola.

Il prescuola era pieno di adrenalina. La campana, poi trasformatasi in campanello, suonava spudoratamente alle 07.35, per cui la sveglia era fissata per le 06.40. La routine iniziava dalla colazione e finiva religiosamente su una sedia a distanza di un metro dalla porta di casa dove mia mamma ci pettinava come bambole di ceramica, con delle treccine e code perfette, invidiate dall’intera scuola. Attraverso gli anni, la velocità nelle dita di mia madre è migliorata così tanto da meritare una distinzione sul Guinness World Records.  Questa doveva essere l’ultima cosa da fare prima di aprire la porta con lo zaino sulla schiena per evitare qualsiasi ostacolo al momento di scendere le scale. La verità è che si poteva essere pronte ma niente era lo stesso senza quel carico di adrenalina sin dal primo mattino: il suono del drrrrinnnnnnnnnnn. Quel rumore arrivato dalla finestra del bagno, rigorosamente aperta per segnare il momento di apertura della porta di casa, ci stimolava come se fossimo due cavalli in corsa: con il passare degli anni siamo diventate esperte nel scendere gli scalini più velocemente per non perdere neanche un secondo sui pianerottoli. Una apriva e chiudeva la porta e l’altra, con l’ultimo sospiro, arrivava di corsa alla porta della scuola e pregava la bidella di aspettare altri tre secondi per farci entrare.

Il problema è arrivato nelle superiori, quando l’ingresso era indipendente da quello dei ragazzi delle elementari, il nostro apparente ed imminente senso della responsabilità ci costringeva ad arrivare in orario, e poi -tanto per finire- l’addetta alla chiusura in faccia della porta era nientemeno che la direttrice della scuola, per la quale non era stata ancora scritta né diffusa la preghiera che l’ammorbidisse.

Man mano che sono passati gli anni, il tempo di permanenza nel letto è aumentato di mese in mese, dando sempre meno spazio al mio sacrosanto rito mattinale. Evidentemente, il rischio valeva la pena. Fantozzi la sa lunga.

Add comment 2 Mayo, 2008

Chiamale se vuoi emozioni

Italiani in Argentina,

avete cambiato la vostra Italia per la terra del Tango, ormai ex granaio del mondo. Il vostro paese lo sento anche mio: nonni e giovani bisnonni italiani, cantavano per me le più famose canzonette che ora, ascoltate nel mio lettore mp3, mi teletrasportano alla mia infanzia e, perché no, nella loro Italia che ancora oggi mi è estranea: dal ‘97 al 2005, sono stata nel Bel Paese per sei volte e motivi alquanto diversi, ma solo da Roma in sù.

Anch’io penso spesso e da anni ad un viaggio temporaneo, per motivi personali. All’inizio, il primo ostacolo è stata l’università. Mi sono laureata e ora, il secondo ostacolo: l’attaccamento alla mia Argentina, quella che spesso odio e maledico per aver cresciuto cittadini troppo incivili e mediocri. Abito in periferia, a 3/4 d’ora dal centro, ed ogni volta che percorro le strade della città, preferibilmente a piedi, penso a quanto sia bella Buenos Aires, e da anni, immagino con troppa nostalgia e con il groppo alla gola il giorno in cui non sarò più così vicina. Quanto  vorrei avere la certezza di non volerla mai cambiare per nessun’altra città!.

Mi piacerebbe sapere perché siete qui. So che è pesante farlo, per cui mi bastano cinque o sei righe. Ci sarà un motivo che però NON è tanto importante quanto la vostra decisione di essere ANCORA qui. La Nutella la si ama di più se lontana? (non vale dire “la trovo al super JKO WIN SU”). Frequentate dei vostri connazionali? È strano far capire che ci si vuol trasferire in un paese “meno migliore”?

Anche se siamo in pochi, spero partecipiate numerosi.

La vostra argentinissima traduttrice.

2 comments 28 Abril, 2008

Doppia ammonizione per Mika

Argentina, un paese che negli ultimi 50 anni ha visto sfilare ben 53 ministri dell’Economia. Dalla “tablita” di Martínez de Hoz, passando per il piagnucolatore di Cavallo “i pensionati -che negli anni Novanta protestavano ogni mercoledì a Plaza de Mayo per l’aumento a “cuaaaaatrocincuenta” (pesos/dólares)- mi ricordano mia mamma”; “ho bisogno di diecimila pesos/dólares mensili per sopravvivere”;  il recente episodio dei centomila pesos che ha dimenticato in bagno Felisa Miceli e che nasconde nientemeno che riciclaggio di denaro; ed ora “si è dimesso” Martin Lousteau, il Mika argentino, il Ministro dell’Economia più giovane di tutti i nostri maledetti, disgraziati e nefasti tempi economici.

 

  Relax, take it easy, Argentina.

Add comment 25 Abril, 2008

Arte di strada

  

Add comment 24 Abril, 2008

“Esto en Italia no nos pasa”

Fernando Peña, un artista que trabaja de actor, nacido en Uruguay y residente en Buenos Aires desde hace más de treinta años, camina por la vida con varias criaturas dentro suyo. Talento puro.

Una de ellas, ‘La Mega’, Cristina Megahertz, realiza una llamada telefónica en su programa ‘Cucuruchos en la Frente’ (2002) de la cual nace un diálogo desopilante con una italiana de nombre Carmela quien, como muchos de sus ’paisanos’, ansía volver a Italia en una Argentina en pleno post cacerolazo.

Si alguna vez escuchaste a Peña, te vas a reír; si sos argentino, muy probablemente lo hagas; si, además, tenés una bisabuela o abuela italiana viviendo desde hace más de cincuenta años en este bendito país, vas a hacer más de una sonrisa cómplice, recordando su modo de pronunciar ciertas palabras en un cocoliche que con los años se volvió más que familiar en tus pequeñitas orejas. Si no sos ni argentino, ni fan de Peña, ni sudaca con descendencia italiana y tenés diez minutos libres, probá… seguramente te causará ternura. Con ustedes, Carmela.

Add comment 21 Abril, 2008

Argentinos y argentinas, consentitemi questo post

 

In questo alquanto interessante blog ho saputo della nuova trovata pubblicitaria del nastro adesivo TESA: la bocca di alcuni presidenti, coperta da un adesivo rosso con la dicitura “The world needs a tape like this“, “il mondo ha bisogno di un nastro come questo“.

In queste latitudini dovremmo essere fieri della notorietà pubblica che sta acquisendo la nostra Cristina la quale, è stata selezionata grazie alla sua frase poco felice “son los piquetes de la abundancia”,  difendendo i gravami fiscali imposti all’agro come misure redistributive del reddito.

Quanto a Berlusconi, il leader mediatico europeo per antonomasia, dopo undici simposi interni dove sono state analizzate tredicimila frasi del Cavaliere, è stato deciso di mettere in testa Sono il leader politico migliore d’Europa e del mondo… (negli U.S.A. forse mi supera Bill Gates)

In esclusiva per voi, siamo venuti a conoscenza di altre frasi in gara che si disputavano il primo posto: 

  1. “La mia bravura è fuori discussione, la mia sostanza umana, la mia storia, gli altri se la sognano. Sono loro che devono dimostrare a me di essere bravi…” - 2001
  2. Hanno fatto una prova anche su di me, sulla mia funzionalità cerebrale e fisica e hanno deciso che sono un miracolo che cammina” - 2002
  3. “Sarò un Presidente operaio”; “Sono unto dal Signore”; “Ho un complesso di superiorità che devo frenare” – 1995
  4. “Venga Vespa, odori qui (NOTA: le sue mani): non sente odore di santità?…”. – 2008

Rido per non piangere, e io mi tengo questa frase del Cavaliere III, pronunciata l’anno scorso a Verona: Il punto G delle donne è l’ultima lettera di shopping“.

1 comment 20 Abril, 2008

Gatta ci cova

Stiamo soffocando. La periferia della nostra capitale sta subendo un evento unico. In giro, si sentono gli anziani borbottare: “in sessanta e passa anni non ho mai visto una cosa del genere” e cosa mi viene in mente? Questo sarà solo conseguenza dell’inutilità di tanta gente che vanta titoli di cui non è in possesso, o qui veramente gatta ci cova?  Il ministro dell’Interno mette il dito nella piaga mettendo sotto acusa gli agricoltori con i quali esiste una tregua che finirà il prossimo primo maggio per via dei provvedimenti fiscali decisi dalla Cristina, e intanto questo fumo denso nell’aria ormai da quattro o cinque giorni, che sparisce a seconda di come tira il vento, e che oggi è arrivato al massimo dei livelli, ha già ucciso nove persone in diversi incidenti stradali. Intanto l’aereoporto locale e alcune autostrade sono momentaneamente chiuse. Perché dovrei credere che il livello di inquinamento dell’aria è normale se quindici anni fa ci è stato detto che il Riachuelo verrà pulito?

In Argentina sempre succede qualcosa. Sempre c’è L’ARGOMENTO della settimana, tutti ne parliamo e il governo ne approfitta. Dopo, la quiete e quel problema passa istantaneamente nel dimenticatoio per dare lo spazio a uno nuovo…. perché qui tutto è estremo, e non ci si annoia mai.

Povera Argentina. Se potesse, son certa che ci darebbe un calcio nel sedere a tutti noi mediocri cittadini del Rio della Plata. 

 

Add comment 18 Abril, 2008

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