Diego, Cesenatico ed io – ultima parte.
3 Junio, 2008
… continua dal post precedente.

La macchina fa l’ingresso al parcheggio privato dello stadio senza grossi problemi. In Argentina quella stessa Mercedes con dentro il miglior calciatore di tutti i tempi ci avrebbe impiegato cinque minuti, avrebbe pestato più di un fanatico e qualche fotografo e sarebbe strapiena di impronte digitali umane. Dentro lo stadio, una tribuna gremita di italiani, argentini e napoletani che facevano il tifo per Diego, tutti muniti di macchina fotografica e/o cellulare. Testarda, ho provato ad avvicinarmi ad un gruppo di curiosi che sapeva dell’arrivo di Maradona. Ho trovato un angolo di graticolato libero, e mi ci sono infilata. Si intravede Diego che saluta e si avvicina sempre di più per entrare negli spogliatoi che erano a pochi metri da noi. Io accendo la macchina fotografica ma lui sparisce per qualche minuto, proprio quando mi accorgo che non avevo caricato le pile. Ho pregato tutti i Santi: PROPRIO ORA non mi PUOI abbandonare, brutta cretina. Ho aperto e riaperto il robino per cambiarle di posizione, tanto per intrattenere le mie ditta tremanti. Gli uomini erano calmi, io guardavo solo la vecchia Can*n con incommensurabile pietà, tant’è vero che soltanto dalle urla disperate dei tifosi mi sono accorta che Diego era pronto per entrare in campo. Appena uscito dagli spogliatoi decide di fermarsi per salutare e concedere qualche foto di rito agli amanti maradoniani. Io schiaccio Power e premo il pulsante di scatto a più non posso. Diego sparisce, ma la gente urla ancora, quindi non dovrebbe essere molto lontano, ho pensato. Non vedo niente, chemifrega, salgo su un tavolo e sono più alta del resto. Il mio lui mi guarda sbalordito, forse non se l’aspettava da me proprio in quell’occasione, circondata da qualche ultrà. Intravedo la chioma del Dieci immaginando che si sarà avvicinato solo per qualche autografo saltuario. Se fosse arrivato all’altro estremo del graticolato, e le pile non avessero tenuto botta, non me lo sarei mai perdonata in vita mia. Maradona nell’immaginario si avvicinava sempre di più, ed io un metro sopra il livello dello stadio fissavo la mia macchina fotografica e la lucina scintillante che mi indicava la morte imminente davanti ad una delle personalità mondiali più famose. Io bestemmiavo come un turco e, come di consueto, intendevo liberarmi da ogni colpa, quando veramente ero l’unica responsabile.
Volete sapere com’è andata a finire? Fortunatamente Diego non si avvicinò completamente per permettermi di fotografarlo così vicino da far invidia al più argentino degli argentini. La mia Can*n mi ha abbandonata solo in tarda serata, quando ormai era troppo tardi per cancellare dalla memoria l’unica partita che avevo appena visto giocare a Maradona.
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