Diego, Cesenatico ed io.
18 Mayo, 2008
Non sono mai stata una sua fan sfegatata, anzi, un tempo non lo potevo neanche vedere. Però le potenzialità non vanno negate, come del resto neppure il vizio che l’ha sottomesso per anni e che ha segnato la sua sorte anticipando il ritiro. Oggi rimane comunque un grande, quasi quel che sempre è stato. Diego Maradona è odiato e amato da tutto il mondo; e chi non lo conosce è perché non è ancora nato. Questo penso succeda con una ventina di persone in tutto il mondo. Madonna, il Dalai Lama, il Papa, Bush, Madre Teresa, Michael Jackson e qualcun altro.
Dev’essere difficile essere l’erede di Maradona, lui almeno qualche anno di anonimato l’ha avuto. La quotidianità non c’è sul loro vocabolario, ciò non toglie che non vengano materialmente ripagati, eccome.
Se mi capita di incontrare una celebrità, non sono di quelle che le si avvicinano per chiederle un autografo o una foto. Naturalmente qualche volta l’ho fatto, ma quando si è sotto i 18 anni questo non conta. Sì guardo -di sbiecco- come veste, ad iniziare dalle scarpe.
Così come essere argentini non è sinonimo di ballare il tango, non lo è neanche di amare Maradona, neppure di conoscerlo. Difatti, io l’ho conosciuto in Italia e lui era dal suo amico Bagni a Cesenatico per fare il maestro temporaneo di calcetto per i bambini. Pochi giorni prima della sua partenza, ecco l’annuncio: 28 luglio 2005, allo stadio di Cesenatico, Maradona giocherà una partita amichevole. All’inizio ho subito pensato “è la mia opportunità”, poi “Cesenatico rimane a 40 km, dobbiamo fare le corse per arrivarci a quell’ora” e, alla fine, “sarà un pollaio, occasione persa”. Poi ci ho ripensato e naturalmente sono andata allo stadio. Siamo arrivati pochi minuti prima, abbiamo parcheggiato la macchina proprio davanti, come se quella sera giocasse la Sangiovanesse contro Foligno. All’ingresso abbiamo incontrato una trentina di persone, maggiormente ragazzi, con indosso la maglia del Napoli o quella della mia Nazionale. Sapessero che IO ero argentina. Vabbè, pure loro sarebbero potuti esserlo. Ma che me ne importa, era bello pensare che io avevo più diritto di loro a conoscere Maradona.
Cinque, dieci minuti, anche quindici. Tutti parlano italiano. Qualcuno ha un accento argentino che fa paura, peggio per lui. Io parlavo spagnolo, in queste occasioni un argentino DOC non può fare altrimenti. Venti minuti. Tutti parlano, macchine fotografiche in mano. Io non sapevo ancora qual era il motivo che mi spingeva ad essere lì fuori. Non volevo comunicare. Io mi sentivo superiormente argentina e loro non meritavano che io gli rivolgessi la parola. Da quel posto si poteva intuire che lo stadio non era vuoto. E se poi non mi facessero entrare? Chi avrà il coraggio di vietare l’ingresso ad un’ARGENTINA? Entriamo, non si sa mai. Questi quattro gatti che aspettano chissà chi. Se Maradona gioca un amichevole in Argentina, altro che decine di migliaia di persone dentro e fuori. Noi eravamo in quaranta. Ma dove si è visto? Questo in Argentina non succede. All’improvviso si sente “eccolo, è lui” ed una Mercedes nera arriva a bassa velocità. Ho pensato “Mah, sarà Bagni”, e son rimasta a vedere gli altri trentotto avvicinarsi all’auto. Intravvedo un tattuaggio. Il Che Guevara. La macchina prova ad entrare nel primo cancello a due metri da noi. Sbaglia. Accelera molto lentamente per cercare un altro ingresso a qualche metro da lì. La ‘folla’ si ferma ed io, in un atteggiamento che non avrei mai pensato di avere e che ha lasciato di stucco il mio accompagnante, ho cominciato a correre di fianco alla macchina in un deferente silenzio. L’avevo visto. Diego querido. Ottomilacinquecentoquarantotto giorni dalla mia nascita.
to be continued.
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